Laboratori passati

>27, 28, 30 aprile 2019

La poesia nella voce dell’attore
Un seminario tenuto da Gianluigi Gherzi

Lavoreremo sul rapporto tra poesia, voce dell’attore e presenza scenica. 
Partendo da un lavoro collettivo sulla voce, reciteremo e creeremo testi poetici individuali e collettivi, cercando, per ognuno, la qualità esatta della propria comunicazione poetica e teatrale.
Agiremo le parole e il corpo della poesia sia negli spazi della sala teatrale, sia in rapporto con lo spazi della città (piazze, vie, angoli, giardini), che esploreremo con gli strumenti dello sguardo e della scrittura poetica.
Il seminario è rivolto ad attori, scrittori e a tutti quelli che riconoscono nella poesia un linguaggio importante per raccontare e raccontarci la vita.

>2 e 3 Marzo 2019

ABBIAMO FAME
laboratorio di creazione teatrale
a cura di Rosario Palazzolo

Solitamente è il racconto a produrre l’incantamento. E per racconto si intende qualsiasi forma di narrazione. Un incantamento, ovvero una specie di condivisione emotiva che conduce all’immedesimazione.
Ma l’incantamento è soprattutto manipolazione, ha a che fare con i consigli per gli acquisti e con la volgarità, con la religione e coi sensi di colpa, con la sottomissione. È il buon senso che di buono ha davvero poco, è un morto al giorno per il nostro voyeurismo. L’incantamento è la medicina del potere. Che per potere essere ancora se ne frega delle controindicazioni. L’incantamento incanta, e per questo distrae, mortificando la nostra sensibilità e obbligandola a frignare quando non vuole. È una sbirciata, l’incantamento, al dito che chissà dove andrà a infilarsi stavolta. E l’incantamento è pure una febbre. Una cura. È il medico e il paziente. L’incantamento è ciò che vediamo, anche quando non guardiamo. L’incantamento è la più grande bugia che ci hanno raccontato, quella che non ci stanchiamo mai di ascoltare. E perciò l’artista dovrebbe avere fame dell’incantamento, e con i sensi sempre allerta dovrebbe scovarlo e rincorrerlo e attaccarlo e macinarlo e digerirlo senza paura, per poi svelarne i trucchi. Perché il primo compito dell’artista è disincantare, una volta per tutte, correndo il rischio che nessuno lo ascolti. L’artista teatrale ha diversi modi per disincantare. Uno di questi è la lingua. La parola che infligge ai suoi personaggi deve smascherare la bugia, e per questo deve essere mezza falsa e mezza vera. Una realtà della finzione, verosimile e visionaria: un’incoerenza costante. Incomprensibile, per tentare il miraggio della comprensione. Perché la lingua va estrapolata. Deprivata dall’incantamento a cui l’abbiamo sottoposta. Deve stordire e confondere. Dire no a qualsiasi immedesimazione, dieci pagine di no. Di conseguenza, occorre essere estremamente esperti nel riconoscere l’idiozia della consuetudine; degli avvezzi cronici al dispregio, all’acrimonia, e insieme dei catechizzati alla sofferenza più grande, quella di contraddirsi continuamente, affinché si sperimenti l’impossibilità della consolazione, il suo limite intrinseco. 

Perciò, Abbiamo fame sarà un luogo di sperimentazione, innanzitutto. E poi un luogo in cui ricercare o affinare la propria voce teatrale. Nessun limite di età, nessuna particolare esperienza richiesta. Un laboratorio di creazione teatrale per drammaturghi o registi o attori o semplicemente per chi intende comprendere meglio le dinamiche della comunicazione, e della rappresentazione.

Ogni partecipante porterà un breve testo (una cartella al massimo), un testo proprio o d’altri che sia esemplificativo o complessivo o determinativo – persino riduttivo – del personale sguardo sul mondo. E porterà anche un perentorio progetto di regia, dal quale si partirà per costruire un ambiente, un personaggio, un pensiero, una scena. 


>23 e 24 Febbraio 2019 

DISASTRI IN CONTRADDIZIONE 
Laboratorio creativo e studio sulla follia applicata al metodo
di Stefano Cenci & Riccardo Goretti ... e speriamo bene.

Partendo dal testo sacro (per loro) “Disastri” di Daniil Charms, Goretti e Cenci portano al TdC un laboratorio composito sulla costruzione (e successiva distruzione) di un testo e sulla messinscena.

Il lavoro drammaturgico, che sarà più appannaggio di Goretti (non per niente autore de “Le Novelline Dadaiste”, già arrivato alla terza ristampa), prevede l'analisi di alcuni passaggi del libro, per trarre fuori dalla patina di nonsense la disperazione, la malinconia, la profonda sapienza dello scrittore russo. Dopodiché si passerà alla stesura del nostro “disastro”, tentando di comunicare il disagio attraverso la cazzata.

Il lavoro fisico, che sarà più appannaggio di Cenci (non per niente regista di coreografie in “Del bene, del male”, spettacolo in cui dirigeva ogni volta 50 attori diversi), prevede invece la costruzione di una specifica maschera corporea, che parta dall'esclusione del cervello e del pensiero, e porti il fisico dell'attore a scoprire non tanto di non avere limiti, ma quale sia il modo migliore di aggirarli, i limiti, o di mandarli direttamente a fanculo.

Mettendo insieme i due ingredienti così ottenuti – un testo terrificante, tetro e difficilmente comprensibile e un corpo slogato, inguardabile, e probabilmente già escoriato – si dovrebbero ottenere, pare quasi superfluo specificarlo, svariati capolavori.

O delle puttanate.
Ma non son forse la stessa identica cosa?
No, eh?
Eh, no, infatti no.
SC & RG. 

>19 - 25 Novembre 2018

VOLO DANZATO
condotto da Hervé Diasnas e Valerie Lamielle

>11, 17, 18 febbraio 2018

PREPARAZONE ALLA BATTAGLIA 

di Ortika

Vogliamo provare a interrogare una piccola comunità sul significato di “rivoluzione”.
Crediamo e cerchiamo di realizzare la possibilità che il teatro, come strumento di visione e reinterpretazione della realtà sia una forma, una minuscola forma di rivoluzione.

Un esercizio antropologico di spostamento dello sguardo che s'impone di “rendere quotidiano ciò che è esotico ed esotico ciò che è quotidiano”, per spostare anche fisicamente il senso di ciò che si considera “normale”.


>9, 10, 14, 15 ottobre 2017

SULL'ARTE DI SPORGERSI 

di Rosario Palazzolo

"Un percorso in cui lavorare su progetti artistici originali, dalla loro genesi fino alla presa di coscienza, per partecipanti che potranno provenire – o dovranno? – da vari contesti creativi, e quando dico vari contesti creativi intendo dire tutti i contesti creativi, pure da quelli che ancora si devono iniziare. Scrittori o registi o attori o creatori che siano disposti a sporgersi nel baratro delle proprie idee, ovvero che abbiamo il coraggio di afferrare gli enigmi e le risate e i disastri e tutte le felicità e dapprima li triturino e li centrifughino e poi li passino al setaccio del loro buon senso e li servano a coloro che attendono al tavolo, e ci sarà sempre qualcuno, al tavolo, garantito, anche solo le sedie."


>22, 25, 26 novembre 2017

IN VOLO

di GarbugginoVentriglia

Cechov è un mondo irriducibile ad ogni cliché, ad ogni routine, quasi ad ogni teatro.
Un mondo in cui entrare in punta di piedi e allo stesso tempo con tutto se stesso. Gli attori sono chiamati a fare dono di sé, rinunciando ad ogni scorciatoia recitativa per cercare un rapporto diretto con il contenuto e una comunicazione sincera e profonda con lo spettatore.
Nel Gabbiano di Cechov ci sono le domande e le questioni che riguardano le scelte che come attori siamo chiamati a fare: nei confronti del teatro e nei confronti della vita.

Oggi sembra più vincente che mai e imbattibile (non abbattibile) un sistema che calpesta e soffoca tutto ciò che non è omologato e rassicurante. Anche l’establishment teatrale (sia che si tratti di “tradizione” che di “innovazione” sempre di establishment si tratta…) lavora così.
Come fare per mantenere il proprio lavoro radicale, disperato/luminoso, onesto?


>21, 22, 23, 24 settembre 2017

PASOLINI E L’ABISSO DEL GENERE

di Giuseppe Isgrò e Francesca Marianna Consonni

Il Topos pasoliniano su cui particolarmente si concentrerà il laboratorio è quello legato all’identità sessuale connessa all’identità politica dell’individuo nei suoi mutamenti pubblici e privati, etici ed estetici.

La volontà più diretta di questo laboratorio di ricerca è quella di portare il linguaggio fuori da un discorso univoco e rassicurante di narrazione e naturalità, per esplorare un luogo ritenuto più capace di verità e di senso, quello dello straniamento e dell'alterazione, in cui ognuno deve condursi in autonomia, armato solo di sé, ridiscutendo di continuo la propria posizione e i propri valori.